Il buon demone che non aveva mai smesso di cantare

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Sono felice. Aldilà di quello che gli altri possano pensare o immaginare. lo sono davvero. E anche aldilà del mio carattere da cui traspare spesso una vena di pessimismo o di irritazione .

Non lo sono sempre stato; è qualcosa che c'era all'inizio... poi in qualche modo, si era persa.  

La sto ri-trovando  alla sua pienezza nella mia terza età. E non è legato a cosa ho, o a chi sono, ma a cosa sono divenuto nel tempo.

Mi ricordo che, da bambino, cantavo molto, come fanno un po' tutti i bambini; si dice che chi canta spesso sia felice. William James diceva "Non canto perché sono felice; sono felice perché canto.". Non so se era così per me, non ricordo. Ma lo ero.  Il canto mi affascinava e mi faceva stare bene; e quando stavo bene, cantavo.

Poi arrivarono le scuole. Tutti zitti. Tutti in riga. Non si canta in classe. Alle scuole medie la mia insegnante di musica mi escluse dal coro della classe perché, a suo dire, ero stonato. E io le credetti.

Per anni portai dentro di me quell'etichetta. Non ero capace di cantare. Non era una cosa per me. Smisi di farlo. Ero “stonato dentro”. E non ero felice.

Poi, a quindici anni, accadde qualcosa di inaspettato.

Durante la mia prima gita del liceo, i miei compagni decisero di cantare "Sognando la California" (la versione italiana di “California Dreamin' '” dei The Mamas & The Papas).  Nessuno però sapeva le parole... tranne me. Qualcuno allora mi mise un microfono in mano (ho da sempre avuto una memoria fotografica per i testi, mai servito un foglio con le parole). Accettai quasi per gioco. Non avevo una voce straordinaria, ma avevo senso del ritmo ed ero sufficientemente intonato. Alla fine della canzone ricevetti l'applauso di tutti.

Fu la mia prima esibizione davanti a un pubblico. Ero felice.

E, per molto tempo, anche l'ultima.

Passarono gli anni. Molti anni. L'università. Il lavoro. Ero felice?

L'ho già detto, si dice che si canti quando si è felici. Io ero “contento” della mia vita, ma col tempo ho capito che essere contenti non significa necessariamente essere felici.

Aristotele chiamava la felicità eudaimonia. Per lui era il fine ultimo dell'esistenza umana. La parola è composta da "eu", che significa "buono", e "daimon", "demone"; per i greci un “demone” non era quello che la nostra cultura cattolica immagina, qualcosa di maligno, ma semplicemente uno "spirito guida".  L'eudaimonia è, letteralmente, "l'essere accompagnati da un buon demone"

Per Aristotele, dentro ciascuno di noi vive un "buon demone" che ci richiama continuamente al nostro autentico progetto di vita; insomma, il “buon demone” è il riferimento che ci dovrebbe guidare verso la felicità per cui siamo stati creati. Ogni volta che ci allontaniamo troppo da ciò che siamo veramente, quella voce torna a farsi sentire.

Per molto tempo io non l'ho ascoltata. Da credente prima, e da “pastore” poi, ho cominciato a inseguire qualcosa che pensavo di dover raggiungere … perché non avevo compreso appieno le parole di Cristo: "Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.". La felicità era dentro, non fuori.

Poi, intorno ai quarantacinque anni, ho deciso che era arrivato il momento di fare più spazio alle cose che mi facevano stare bene. La prima è stata tornare allo sport che amavo di più: il rugby. Ho giocato per dieci, dodici anni, vivendo esperienze che mi hanno dato energia, amicizie e gioia.

Ma il buon demone non aveva ancora finito di parlare.

Così, a cinquantanove anni, ho preso una decisione che per molti sarebbe sembrata strana: mi sono iscritto a una scuola di musica e al corso di canto.

Non per diventare un professionista. Non per dimostrare qualcosa agli altri. Semplicemente perché quella parte di me che aveva smesso di cantare a quindici anni chiedeva finalmente di essere ascoltata.

Fino ad ora questa nuova esperienza mi ha portato sul palco diverse volte, e tra qualche giorno inizieranno le prove per un nuovo concerto di fine anno accademico della mia associazione musicale.

Tornerò su un palco, a provare stavolta l'emozione immensa di misurarmi con un Maestro come Battiato e con la sua "Summer on a solitary beach". 

Ma, soprattutto, dopo quarantasette anni, tornerò a esibirmi davanti a un pubblico...cantando, insieme ai miei compagni di corso, “Sognando la California”.

La stessa canzone che cantai durante quella gita scolastica di tanti anni fa.

A volte la felicità non consiste nel trovare qualcosa di nuovo.

Consiste nel ritrovare ciò che avevamo lasciato indietro.

Dopo quarantasette anni, il cerchio si chiude.

O forse, più semplicemente, il buon demone ha finalmente avuto l'ultima parola.


Marco

(Nel logo le canzoni che porteremo sul palco assieme all'Associazione Musicale Euphonia)

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