Franco
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Continuo a ripetere che, mentre gli altri colleghi e colleghe studenti della scuola di musica "cantano", io faccio "cabaret"...
Ma cantare per me, oltre al cercare in qualche modo di piegare la mia voce ad essere simile, o quantomeno “intonata” all'artista, è anche una ricerca interiore di capire cosa volesse dire e trasmettere; e per fare quello devo, in qualche modo, “entrare” dentro lui e abbandonare me stesso. E il travestimento mi aiuta a lasciare, almeno per quattro minuti, Marco, ed “essere” (in questo caso) Franco.
“Vede, sto bene con me stesso. Vivo in questo posto meraviglioso sulle pendici del Mongibello. Dalla veranda del mio giardino osservo il cielo, il mare, i fumi dell’Etna, le nuvole, gli uccelli, le rose, i gelsomini, due grandi palme, un pozzo antico. Un’oasi.
Poi purtroppo rientro nello studio e accendo la tv per il telegiornale: ogni volta è un trauma. Ho un chip elettronico interiore che va in tilt per le ingiustizie e le menzogne. Alla vista di certi personaggi, mi vien voglia di impugnare la croce e l’aglio per esorcizzarli.
C’è un mutamento antropologico, sembrano uomini, ma non appartengono al genere umano, almeno come lo intendiamo noi: corpo, ragione e anima (...) Quando li osservo muoversi circondati da guardie del corpo, li trovo ripugnanti e mi vien voglia di cambiare razza, di abdicare dal genere umano.
C’è una gran quantità di personaggi che sento estranei a me ed è mio diritto di cittadino dirlo: non li stimo, non li rispetto per quel che dicono e sono. Non appartengono all’umanità a cui appartengo io. E, siccome faccio il cantante, ogni tanto uso il mio strumento per dire ciò che sento”.
Come vorrei ascoltarti ancora, Maestro...

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